Premio Letterario Viareggio-Rèpaci

Edizione 2009
Anno LXXX


LIBRI FINALISTI
Narrativa

Edith Bruck, Quanta stella c’è nel cielo, Garzanti

«Quanta stella c’è nel cielo» non è un errore, è il primo verso di una ballata amara del giovane Petöfi, il grande poeta ungherese. Quei versi sono tra le poche cose che Anita porta con sé, insieme a molti ricordi laceranti. 
Anita non ha ancora sedici anni. È una sopravvissuta ai campi. È bella, è sensibile, le prove della vita le hanno tatuato l’anima. Sta fuggendo da un orfanotrofio ungherese per andare a vivere a casa di una zia, Monika. Eli, i

l giovane cognato di Monika, è venuto a prenderla al confine per accompagnarla nel viaggio in Cecoslovacchia, dove si ritrova clandestina in un mondo ancora in subbuglio. Ma tutto questo a Eli non interessa: lo attira solo il corpo di quella ragazza e già sul treno, affollato di una moltitudine randagia, inizia a insidiarla in un gioco cinico e crudele.
Quanta stella c’è nel cielo è un romanzo dai risvolti inattesi. Racconta come si possa tornare dalla morte alla vita. E come, a volte, il cammino per ritrovare la speranza possa seguire trame imprevedibili.
Edith Bruck offre in queste pagine la storia palpitante di un’epoca cruciale del dopoguerra, quando tutto era in fermento tra mille difficoltà. Un’altissima meditazione sulla speranza, sulla straordinaria forza e fragilità di chi va verso una rinascita. E la grande capacità della Bruck è il risvegliare violente emozioni nel lettore.

Christian Frascella, Mia sorella è una foca monaca, Fazi

È convinto di picchiare forte, ma viene steso in due secondi nel cortile della scuola; non va in moto; fa lo sbruffone ma con le ragazze è totalmente imbranato: ecco il sedicenne protagonista di questo libro.
Periferia di Torino; mentre gli anni Ottanta volgono al termine, il nostro colleziona lividi esterni e soprattutto interni, eppure continua ostinato a lanciare il suo guanto di sfida alla vita. Del resto bisogna tener duro: non è facile vedersela con suo padre – “Il Capo” – un quasi alcolista che passa tutto il tempo stravaccato sull’amaca, ad affibbiare punizioni da telefilm americano. Ed è snervante vivere accanto alla “Foca Monaca”, la sorella triste e timorata di Dio. Quanto alla madre, è scappata col tizio della stazione di servizio, e ormai si può star certi che «starà passando il tempo a farsi fare il pieno dal benzinaio». Non piange mai, il protagonista di questa storia. Piuttosto stringe i pugni, sbuffa e s’affanna, ripetendo a se stesso di essere il più in gamba, anche se la vita gliele dà ogni giorno di santa ragione; anche se le prende perfino da Chiara, la ragazza di cui s’innamora: bella, sveglia, inaccessibile a sfigati come lui, eppure catturata suo malgrado da questo buffo adolescente scapigliato e spaccone, tenero e brancaleonesco, che s’insinua a forza nella sua vita scatenando irresistibili schermaglie.
Il Muro di Berlino che crolla e un divertente gioco di riferimenti pop e telefilmici fanno da sfondo a questo romanzo, un Jack Frusciante da periferia che strappa il sorriso a ogni pagina, illuminato da una scrittura esilarante ma a tratti dolente, insieme cinica e romantica come il suo protagonista.

Letizia Muratori, Il giorno dell’indipendenza, Adelphi

Giovanni ha smesso con la coca, e ha anche smesso di vendere prodotti finanziari ad alto rischio. Per disintossicarsi si occupa a titolo gratuito di creature misteriose e non troppo tranquillizzanti che si chiamano tutte Ruggero e Isabella, e appartengono a una razza pregiata di suini neri. Mary ha smesso anche lei con la sua vita precedente, ed è arrivata in Italia dagli Stati Uniti alla ricerca di certi parenti adottivi che vivono nello stesso paese dove lavora Giovanni, e che si chiamano anche loro Ruggero e Isabella. La prima curiosità che questo singolarissimo libro suscita è come possano incontrarsi due personaggi così, uno in fuga da e l’altro alla ricerca di un paradiso in terra – tanto più in un posto troppo fangoso e dimenticato da dio anche solo per ricordarlo, il paradiso. Ma la sorpresa è che invece sì, incontrarsi possono, se affrontano un viaggio in treno a Milano per conquistare insieme un congresso di allevatori, una farsesca e commovente lotteria suina nel basso Lazio, e una strana notte – italiana – del 4 di luglio; e se queste premesse riportano tutti e due per vie diverse in America, a Miami, dove la commedia recitata fin qui diventa, senza quasi che il lettore abbia avuto il tempo di accorgersene, un thriller hitchcockiano. Che tiene, come un tempo, incollati alla sedia, e come i thriller di un tempo va letto due volte, una per trovare il segreto che la storia nasconde, e un’altra per decifrare quello dello stile di Letizia Muratori – uno stile che, come accade sempre più di rado, cattura, inquieta e soprattutto diverte.

Poesia

Ennio Cavalli, Libro Grosso, Aragno

«Un viaggio dell’ascolto per vicoli e foreste, con qualche fermata nel deserto». Così Ennio Cavalli definisce Libro grosso, che riunisce Libro di storia e di grilli, Libro di scienza e di nani, Libro di sillabe. «Nel primo dei miei libri», scrive l’Autore, «per storia intendo i momenti dell’anima, gli estri sfrontati, gli azzardi collettivi che ci hanno resi così come siamo. Nel secondo, scienza sta anche per coscienza, fisica si allarga a metafisica. Mentre Libro di sillabe è un abbecedario di raduni, riporta a valle i frutti del ghiacciaio: parole e rimandi, radici e strappi». Due sussidiari e un sillabario, per stanare “l’infanzia delle cose”. Un De rerum natura di straordinaria luce. Con un’ampia serie di inediti come finestra sul nuovo.

Guido Ceronetti, Le ballate dell’angelo ferito, Il Notes Magico

Con questo libro vengono pubblicate per la prima volta le celebri ballate di Guido Ceronetti recitate in molte strade d’Italia, applaudite in piccoli e grandi teatri in quarant’anni di invenzioni con il Teatro dei Sensibili. Dell’Angelo Ferito il grande poeta trascrive il passaggio e lo musica. ‘È possibile, ma non c’è nessuna certezza, che l’Angelo Ferito mi abbia guidato la mano. Tuttavia i testi gli appartengono come le vergini medievali al signore feudale, lasciate libere dopo la notte dell’angelo di appartenere a chiunque – perciò il teatro di strada è la loro destinazione elettiva. Più c’è spettacolo più c’è ballata, più c’è ballata più c’è Angelo Ferito’.

Giampiero Neri, Paesaggi inospiti, Mondadori

Neri è divenuto per molti poeti più giovani un vero e proprio maestro, per la limpidezza impeccabile dello stile e per la sua classica semplicità, per il felice alternarsi di versi e prose poetiche, per la rarità distillata della sua produzione, per i modi spesso paradossali. Questi caratteri trovano conferma in questo nuovo libro, nel quale prevale un tono di composta quanto ineludibile malinconia e dove l’autore tesse i brandelli della memoria nella concretezza di un racconto per frammenti, dove appaiono paesaggi essenzialmente quelli della sua Brianza -, personaggi colti in rapide apparizioni, movimenti narrativi accennati, uscite sapienziali nitide ed efficaci.

Saggistica

Emilio Gentile, L’apocalisse della modernità, Mondadori

Nell’agosto 1914, allo scoppio delle ostilità, molti avevano esultato e si erano arruolati entusiasti, immaginando di prender parte a una gloriosa avventura, convinti che il sacrificio del sangue avrebbe rigenerato gli individui e le nazioni, e che il parto doloroso avrebbe dato vita a un mondo e un uomo rinnovati. Dopo pochi mesi, l’entusiasmo era scomparso. Tutti si resero conto che la guerra era completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico, per l’ingente numero di soldati sacrificati inutilmente. La realtà della Grande Guerra rappresentava, oltre che il tramonto della “Belle Epoque”, il naufragio della civiltà moderna. Emilio Gentile ricostruisce il contesto sociale, culturale e antropologico entro il quale maturò quella che è ritenuta dagli storici una delle più tragiche esperienze del Novecento, soffermandosi in particolare sugli artisti e gli intellettuali che, se all’inizio avevano invocato la guerra come una catarsi, si fecero poi interpreti dell’angoscia profonda da essa scatenata. Pittori, scrittori e poeti come Nash, Kubin, Dix, Beckmann, Meidner, Junger, Trakl tradussero nelle loro opere tutto l’orrore che l’immane carneficina aveva suscitato. Grazie a un’originale rilettura di questi anni decisivi per l’Europa, Gentile riesce a farci percepire appieno la vitalità febbrile e l’atmosfera oscillante tra ottimismo e catastrofismo che precedettero lo scoppio della guerra, e l’apocalittico senso di sgomento che in breve tempo le avrebbe sostituite.

Marcello Pezzetti, Il libro della Shoa italiana, Einaudi

Più di cento sopravvissuti raccontano la loro storia, componendo un grande racconto corale dell’ebraismo italiano. Dal mondo di prima, l’infanzia, la scuola, alle leggi antiebraiche e alla conseguente catena di umiliazioni. E poi l’occupazione tedesca, gli arresti, le detenzioni, la deportazione. Complessivamente nel 1943 venne deportato circa un quinto degli ebrei residenti sul territorio italiano: oltre 9000 persone. Nella quasi totalità dirette ad Auschwitz.
Ma chi erano gli ebrei italiani? All’inizio degli anni Trenta erano circa 45 000 persone; le comunità più consistenti erano quelle di Roma (oltre 11 000), Milano, Trieste, Torino, Firenze, Venezia e Genova. Comunità, in generale, fortemente integrate nel tessuto sociale del Paese, a tal punto che dopo la liberazione solo un’esigua minoranza dei sopravvissuti scelse, a differenza degli ebrei di altre nazionalità, di vivere altrove.
Un mosaico di testimonianze che ha sui lettori un effetto dirompente proprio grazie al fittissimo intreccio di ricordi, traumi, sogni, rabbia, smarrimento, sensi di colpa, e persino speranza, dopo il ritorno alla vita.

Adriano Prosperi, Giustizia bendata, Einaudi

La benda sugli occhi, un attributo dell’immagine simbolica della giustizia come donna, è al centro del percorso disegnato nelle pagine di questo libro. Se in una celebre poesia di Edgar Lee Masters se ne fa uso per criticare la cecità delle corti e l’arbitrarietà delle sentenze, la benda appare nell’iconografia ufficiale la garanzia dell’imparzialità e incorruttibilità dei giudici. 
Di questo attributo viene qui ricostruito l’atto di nascita nel 1494, la rapida diffusione nel contesto dell’età della Riforma protestante e la fortuna successiva. Indagando le ragioni di tanta e così rapida fortuna (che non toccò però l’Italia) se ne è individuata quella fondamentale nella potente suggestione religiosa della narrazione evangelica di Gesú bendato e deriso: un modello di sofferenza e di perdono che dette nuovo impulso alla figura della dea Giustizia trasmessa dal paganesimo antico alla cultura dell’Europa occidentale. Risulta evidente, dalla ricostruzione dei percorsi dell’immagine, che in essa si sono incontrati e sovrapposti temi diversi e spesso conflittuali: la domanda di misericordia, la speranza nel risarcimento ultraterreno per tutte le vittime dell’ingiustizia, la promessa di incorruttibilità dei giudici, la protesta contro gli errori della giustizia umana. Dopo l’attesa medievale del Giudizio universale, l’esigenza della giustizia imparziale dominata dallo sguardo di Dio trovò la sua incarnazione nell’asserita investitura divina dei poteri politici e religiosi. Per dare poi vita nel Settecento all’idea del tribunale della pubblica opinione come espressione sostitutiva dell’antico simbolo dell’occhio di Dio. Ma nel mondo contemporaneo la spettacolarizzazione di crimini e processi si accompagna a una crisi della giustizia che sembra destinata a rendere nuovamente attuale e problematico il simbolo della benda.